Il futuro delle competenze professionali, alla luce della rivoluzione tecnologica e al crescente trend dell’automazione in tempo di COVID-19, è soggetto a cambiare?

Il tema della previsione a lungo termine, per quanto riguarda il presente e il futuro delle cosiddette “competenze professionali” risulta essere un argomento complesso, non esente da successivi approfondimenti legati a nuove analisi inerenti al sistema sociale e politico di riferimento. Inoltre, la rincorsa – oggi di moda – ad approcci di analisi misti, non aiuterà ad evitare di fare i conti con la legge di Murphy, capace di mantenere il suo sempreverde fascino di azione.

L’elaborazione di uno scenario lavorativo che tenga conto dell’innovazione tecnologica da qui a 10, 20, 50 anni richiede quindi un’analisi complessa, articolata, strutturale. Accortezze che poteranno di farci sperare in un’impresa umana e cognitiva non solo fattibile, ma soprattutto attendibile.

La nostra innata fiducia nel futuro, segno distintivo del genere umano illuminato, assume l’aspetto di una divinità greca che con la sua bellezza e grazia riesce a mantenere salda la propria linea di condotta in un periodo dove previsioni economiche, politiche e aziendali faticano come mai prima nell’offrirci attendibilità’. Previsioni che, se prima abbastanza stabili e sopravvissute alla pesante crisi vissuta a partire dal 2008, stanno ora subendo i contraccolpi di un nuovo terremoto: l’attuale pandemia, causata dal virus SARS-CoV-2, portatore sano della ben nota patologia COVID-19, oggi sulla bocca di tutti.

In questo scenario, alcune attività umane si prestano, più di altre, a rientrare nei resoconti di previsioni lavorative a medio termine. Questo perché, nonostante mutazioni legate a fattori “ambientali”, l’impiego e la cosiddetta formazione “media” della forza lavoro mantengono sempre un certo grado di prevedibilità. Questa affermazione riflette l’ammissione di verità che vede il nostro mercato del lavoro come un’istituzione sociale immersa in una fitta rete di regole, consuetudini e convenzioni. Molte di queste sono datate, e ancora difficili da “smantellare”. Pertanto, adeguare le competenze e il livello di occupazione dei nostri lavoratori ai profondi cambiamenti che stiamo vivendo ora, con questa nuova crisi, e che probabilmente comprenderemo meglio a partire dal 2021, è un processo che richiederà tempo, prolungandosi per i prossimi decenni.

Provare quindi a formulare asserzioni più generali sulla domanda che riguarda il futuro delle professioni, e delle competenze richieste in un mondo in cambiamento, sembra essere una strada percorribile sì, ma distinta da un buon grado di inferenze parziali, e soggette comunque a cambiare. Disponiamo infatti di un campione di popolazione che ci aiuta ad fare delle previsioni generali per i lavori che saranno oggetto di trasformazioni, consolidatesi negli ultimi decenni anche alla luce di nuove tecnologie, e che racchiude oggi anche nuove professioni difficili da osservare a lungo termine per via di un rumore di fondo.

Una vasta letteratura ci presenta un cambiamento nella domanda delle competenze professionali, all’interno dell’attuale progresso tecnologico a livello sociale e geopolitico. Un cambiamento osservato negli ultimi 25 anni come un prodotto di fattori complementari. In altre parole, si nota bene come il progresso tecnologico aumenta la domanda di competenze che, a sua volta, richiedono un investimento a livello sociale. Per essere davvero tale, quest’ultimo deve dimostrare di poter essere all’altezza di soddisfare una nuova domanda, stabilendo trend emergenti a livello di occupazione e soprattutto di retribuzione.

Ammetto quindi che non sono molto sorpresa dall’aver letto che, a partire dal 1980, professioni con alte competenze analitiche ma minime abilità sociali siano oramai giunte al capolinea. Viviamo pur sempre nell’era dove essere social, e conoscerne i mezzi la fa da padrone.

Risulta ovvio che, nonostante le attuali anomalie evolutive che stiamo vivendo in molte parti del mondo a livello ideologico, la nostra ragione non si diletta solo dai meccanismi che ci permettono di conoscere quel qualcosa che ci permette poi di prendere delle decisioni, sperando che siano giuste. Il suo sviluppo, è frutto di dinamiche complesse e diversificate. Le nostre abilità sociali ci hanno portato a diventare i primi opportunisti in una società appartenente guidata dal benessere sociale.  In altre parole, oggi tendiamo a trovare il modo di giustificare noi stessi e il nostro punto di vista e di (re)azione, lavorando su diversi modi e tecniche di influenzare il prossimo. Il prossimo è capace di dar(ci) potere, anche in modo indiretto. In fondo, il vecchio adagio di “l’unione fa la forza” rimane pur sempre un classico intramontabile. E ciò vale anche nel migliore dei posti di lavoro.

Questa rimane ancora una competenza che appartiene alla nostra sfera di azione.

Da ciò ne risulta che modelli di pensiero che appaiono del tutto irrazionali dal punto di vista puramente cognitivo, il nostro riferimento quando parliamo di machine learning, assumono oggi un vantaggio “evolutivo” quando si trasformano in risposte adattative ai dilemmi dell’interazione sociale. Ovviamente ci deve essere un’approvazione comunitaria, ma ciò non significa che essa sia, come sottolineato prima, guidata da senso logico.

Il fil rouge tra automazione e mercato del lavoro in cambiamento

L’avvento dei robot, dell’intelligenza artificiale, dei big data e dell’internet of things ha avviato una linea di pensiero legata alla paura che le macchine possano “rubare” il lavoro a noi esseri umani. Ovviamente questo non vale certo per gli ingegneri che le macchine le progettano, costruiscono e testano sia a livello di software che ti hardware, ma per la categoria dei dipendenti nell’industria manifatturiera di precisione, definita perlopiù da una bassa (o al massimo media) specializzazione.

Insomma sono loro a dover avere davvero paura da queste fantomatiche macchine, in quanto le loro attuali competenze faticano a stare al passo dell’attuale domanda, guidata dalla nuova ondata di tecnologie del mondo dell’automazione.

Iniziando a leggere qualcosa a riguardo, mi è subito apparso chiaro che le paure che stiamo vivendo oggi si sono già espresse in passato. Insomma, siamo di fronte a un corrispettivo nell’eterno ritorno dell’uguale di Nietzsche! Pensiamo a quanto accadde durante la rivoluzione industriale, a partire dal 1935, preparando il terreno alla seconda guerra mondiale e al periodo immediatamente successivo…

Nuovi e prima impensabili assestamenti, che hanno prodotto un’ondata di timore e cambiamenti difficili per gli operai. Manifestazioni sfociate in disordini sociali e tumulti di diverso genere, diventate poi la risposta diretta all’adozione del nuovo tipo di tecnologia. Ma non tutti si ricordano il passato. La storia, quella attuale, che stiamo vivendo e considerando ora come punto di riferimento, non può stabilire se questa volta la reazione sarà diversa. Adotto quindi l’approccio “cauto” dei primi sociologici e osservatori storici, dediti a definire in modo approssimativo la portata delle “missioni” che la tecnologia potrebbe compiere.

Dobbiamo infatti pensare che le prime generazioni di macchine erano piuttosto limitate. Le loro aree di expertise andavano da semplici e ripetitive routine manuali e se vogliamo “cognitive” nel senso di generare una risposta efficace MA prevedibile e definita. Oggi giorno, la tecnologia a nostra disposizione (se andiamo oltre alla base in comune) non ha quasi nulla a che vedere con gli antenati. Siamo di fronte ad artefatti in grado di simulare la mente e il corpo umano in modo sempre più sofisticato in attività che NON definirei di certo semplici routine. Guida automatica di quattro porte da urlo o camion, elaborazione di testi sulla base di dati iniziali, diagnosi mediche di precisione confrontando big data in simultanea e servizi di sorveglianza sono solo alcune delle cose che mi vengono ora in mente. Ma potrei continuare…

Un’altra difficoltà legata all’argomento è il limite degli studi a disposizione, capaci di indicare quali professioni sono potenzialmente automatizzabili, e di tracciare un chiaro panorama di ciò che potrebbe accedere in 10, 20, 50 anni. Come avevo già accennato, il passaggio che vede la nascita di una tecnologia in grado di determinare un cambiamento x nella sfera dell’economia e delle professioni, non significa che questa verrà adottata subito. Non per tutti è amore a prima vista, e se ciò anche fosse, l’atto di adozione potrebbe durare decenni, non essendo esente da blocchi, cambiamenti inaspettati e perdite di diversa natura. Un processo in comune con una vera e propria adozione infantile nel sistema sociale di nostra creazione.

Nuovi trend, in tempo di Corona virus

In alcune economie e in alcuni settori, le prospettive per giovani tecnici e specialisti nel settore dell’industria pesante e manifatturiera prima del Coronavirus non erano, già di per sé, incoraggianti. Negli ultimi mesi poi, a causa delle enormi richieste di alcuni beni fondamentali e di massa, come ad esempio la produzione di mascherine usa e getta, disinfettanti e viricida di ogni genere e formato, la tanto richiesta carta igienica, generi alimentari di base e a lunga conservazione, siamo obbligati ad automatizzare parte dei processi industriali! Oggi, più di ieri, la cosiddetta automazione si dimostra essere la risposta più ovvia quando il male da curare è un’economia che deve sopravvivere, immunizzarsi a future pandemie, e a crisi mondiali, permettetemi di aggiungere.

Penso alla risposta forzata di aziende che offrono servizi nella cosiddetta supply chain, nel settore della manifattura e a tutti quei lavori che devono la loro esistenza al contatto con i clienti. Bene, loro stanno vivendo la più grande sfida di tutti i tempi. Trovare il modo di andare avanti, rimanere in piedi e farcela. Capire come muoversi nonostante l’entropia immessa da un essere microscopico in un sistema già in crisi. Un compito non da poco.

Fino a qualche anno fa, si diceva che i lavori che sarebbero stati toccati dall’ipotetica corsa all’automazione erano da condursi ad aziende basate su mansioni ripetitive, pericolose e se vogliamo “disumane” nel senso che tendevano di default, a limitare l’espressione e la crescita delle hard e soft skills dei dipendenti. Persone dotate di intelligenza e impiegate a eseguire lo stesso compito, con prodotti o merci di diversa dimensione e consistenza, lungo la loro intera giornata lavorativa.

Oggi è chiaro che, in tempo di distanziamento sociale, moltissime imprese devono fare i conti con nuove soluzioni, capaci di essere flessibili e indipendenti da cambiamenti inaspettati, e dirette ad offrire una risposta alle nuove esigenze presenti nel settore dell’industria alimentare, della ristorazione (anche se si parla perlopiù di catene fast food) e nella vendita al dettaglio. In questi mesi, dove le diverse facce della tragedia umana si sono palesate ai nostri occhi come mai prima, abbiamo capito che il contatto con il nostro prossimo è da evitare; ovviamente se non seriamente necessario. Per noi questa regola appare dis-umana se pensiamo alla nostra abitudine ad accettare come vero quanto i leader più antichi del mondo predicassero come buone pratiche di convivenza: aiuto, compassione e coesione sociale, dando origine alle religioni in cui ci riconosciamo.

Dobbiamo proteggerci.

Forse è anche per questo motivo che oggi molte aziende riflettono sulla concreta possibilità di lasciare svolgere il lavoro di routine ai robot.

Questi robot, sempre più performanti e precisi, diventano gli oggetti del desiderio quando si parla di soluzioni effettive e come dire, non soggette a mutare nel tempo e a imprevedibilità esterne. Il Covid-19 e l’aumento medio dell’età dei lavoratori che decenni fa erano stati impiegati in azienda come operai e addetti nella catena di montaggio e oggi in età di pensione, sono le prime cose che mi vengono in mente. Pochi sono oggi attirati da un lavoro dalla paga sicura, con orari più o meno fissi ma dall’ovvio insufficiente sex-appealing.

Non desta meraviglia notare una risposta diversa nei paesi dove la robotica ha visto i passi in avanti e una crescita imponente sin dal periodo del secondo dopoguerra, vedi ad esempio il Giappone. Qui non si è oramai stupiti di vedere baristi dalle sembianze umane dietro una teca, impeccabili, instancabili e sorridenti di darci un bel gelato alla vaniglia o un caffè caldo. Il loro lavoro è preciso al secondo, igienico e soprattutto automatico. Quanto accade in città e nelle nostre vicinanze poco importa, i robot saranno sempre dietro la teca ad aspettare il nostro comando sorridenti. Pronti per servirci e coccolarci quando abbiamo un minuto e mezzo di tempo libero a disposizione.

Se penso a un’adozione importante di macchine automatiche nel settore alimentare, credo che avremo delle sorprese nel prossimo futuro. Dobbiamo considerare che l’attrazione emanata dai robot si rifa’ a una ragione puramente materiale. Non sappiamo ancora bene quale sia il tempo di sopravvivenza del virus SARS-CoV 2 sugli alimenti, e se si debba in qualche modo eliminare – o ridurre al minimo – anche questo rischio di infezione. In questo caso non si parla solo di prevenzione nel ricorrere ad artifici e soluzioni sterili e meccaniche, poiché il pubblico generale può abituarsi ad accettare l’immagine dei nostri amici robot come addetti alimentari. I problemi sono altri, direbbero in molti. Loro, i robot, come diretta proiezione della vision di nuovi e noti investitori in compagnie nel settore, si vedono regalare su un piatto d’argento il “permesso” di prendersi qualche spazietto in più nell’industria che si piazza quinta dopo il settore dell’energia, materie prime, telecomunicazioni e finanza.

Possiamo pertanto ragionare su un altro punto caldo: oggi i lavoratori con una buona educazione aspirano ad avere un posto di lavoro competitivo, in linea con quanto studiato e magari anche ben pagato. Il nuovo sogno “accademico”, dopo quello americano. Punti che oramai sono dati quasi per scontati da qualsiasi psi- in una società capace di forgiare professionisti dai profili d’oro su LinkedIn.

Questo scenario crea un’interessante domanda di sostituti, capaci di offrire lo stesso livello di efficienza di circa x milioni di lavoratori in tutto il mondo. Inoltre per chi ha una grande azienda, è oggi possibile richiedere anche degli incentivi statali per automatizzare parte della produzione. Insomma, ciò che era possibile ritenere fantascienza qualche tempo fa e che ci si aspettasse accadere fra 5 o 7 anni lo si potrebbe vivere direttamente nel 2021 dove la ripresa economica dovrà dimostrare una dote innata allo sprint, come mai prima. E la politica aiuta.

Da ciò, è facile concludere come il corona virus sia riuscito in pochi mesi a innescare nuovi trend mondiali in un’economia che presenta una diversa plasticità in termini di domanda e di offerta. Siamo di fronte a una fase storica che non ha eguali o precedenti. La pandemia che viviamo ora sta, infatti, accelerando e modificando uno shock tecnologico che era in realtà in atto da più di un decennio. Solo che non tutti avevano avuto il piacere di vederlo, e conoscerlo di persona: il nuovo shock tecnologico che non ammette ritardatari, miopi o mancati visionari.

Se i leader mondiali non sono capaci di notare i nuovi trend, allora lo devono essere direttamente i lavoratori di oggi chiamati a guardare oltre e intorno a sé verso i possibili alleati nella sfera dell’automazione. In questo periodo di completa incertezza, possiamo quindi essere certi di una cosa: siamo di fronte a un nuovo scenario che ci richiede di formare le nuove generazioni e di formarci come testimoni diretti della crisi. Dobbiamo trovare, in tempi rapidi, il modo per plasmare e creare una produzione immune ai virus e all’imprevedibilità. Imparare ad osservare la sempre più accurata gamma di competenze volte a facilitare una diretta interazione fra uomo e macchine avanzate potrà forse aiutarci, chissà.

Abbiamo pur sempre compiuto miracoli nel passato.

Dobbiamo pertanto stabilire la serie di buone pratiche dirette a una maggiore integrazione di quest’interazione. Ciò richiederà da parte nostra l’atto di imparare a conoscere queste macchine che oggi sembrano davvero capaci nell’emulare le nostre abilità specialistiche. Imparare a curarle e a saper trattare con loro, a comunicare e a lavorare in un ambiente che – seppur famigliare – richiede degli interventi di modifica continui. Questa nuova necessita’ di direzionare la nostra creatività, pensiero critico e problem-solving verso il mondo delle macchine ibride e collaborative ci premierà’.

Possiamo dire che il nuovo trend che si sta tracciando, dove diversi tipi di robot prendono piede nel mercato del lavoro, vede già degli sviluppi interessanti nel settore manifatturiero, nel commercio al dettaglio e nella gestione dei dati: si garantisce una raccolta e trasformazione 100% automatica.

Poi ci sono le forme di automazione “ibride” che permettono poi una collaborazione con i lavoratori qualificati e capaci di dimostrare quel qualcosa in più sul loro posto di lavoro. Un atto che prima non era possibile per via dell’alto tasso di ripetibilità dei compiti che si dovevano portare a termine.

Viviamo quindi in un’epoca, dove gli sviluppi della tecnologia stanno aprendo scenari interessanti. Abbiamo la fortuna di poter osservare da vicino un panorama dove sia robot che super computer riescono a svolgere attività volte ad una qualsivoglia automazione di processi, richiedenti una determinata abilità cognitiva. Nonostante diverse tipologie di robot si siano fatte piede nel mercato, ciò che varia maggiormente, oltre al tipo, ritmo e portata dell’attività da automatizzare è l’impatto a lungo termine sui lavoratori. Ci si aspetta quindi, quasi nell’immediato, un confronto diretto con uno scenario di crescita professionale e come dire, salariale, ben diverso da quello che anni fa hanno potuto sperimentare e conoscere i nostri genitori o amici di diversa generazione.

 L’automazione è ancora responsabile del taglio di posti di lavoro?

Se ci concentrassimo davvero – e in maniera indipendente – su questa domanda, assisteremo a un dibattito interessante che nonostante gli enormi passi in avanti avvenuti nell’ultimo decennio, soprattutto in ambito etico e morale, non vede poi molti cambiamenti per la sfera dell’opinione pubblica. Il pubblico generale è ancora, in buona parte, convinto dell’idea che le macchine siano le prime responsabili della mancata assunzione di lavoratori tecnici in aziende e industrie dove la produzione richiede compiti specifici e ripetitivi nel tempo. Analisi e studi demografici dimostrano invece che nel prossimo futuro sarà molto più probabile avere un deficit di lavoro umano piuttosto che un suo surplus. Questo scenario è particolarmente valido per le economie mondiali che hanno determinato la rapida ascesa dei paesi medio sviluppati. Paesi il cui prodotto interno lordo era per buona parte dovuto a un’economia agricola sono diventati oggi leader pressoché’ indiscussi di alcuni settori di manifatture di precisione e componentistica necessaria alle tecnologie di cui abbiamo bisogno. E’ il caso evidente della Cina, Sud Corea, Singapore, Filippine ed Emirati Arabi Uniti.

La buona notizia è che, nonostante i limiti della nostra interpretazione dei dati dall’apparente semplicità, noi esseri umani rimaniamo i protagonisti indiscussi della scena. Lo scenario è mutabile e assomiglia a una pièce del teatro dove l’organizzazione degli eventi e delle risposte diventa estemporanea e sperimentale. Si naviga a vista, come si dice da noi in Italia durante una conversazione “leggera” di fronte a un caffè espresso con un amico. Bene, questa nuova attitudine e  “gestione delle nuove necessità legate a un nuovo tempo e scenario di crisi”, è interessante anche per il nostro sviluppo e la nostra immagine attiva sul posto di lavoro. Un’attenzione ai cambiamenti che viviamo come soggetti secondari o principali, secondo la situazione, e che ci richiede – sempre e comunque – di esserne i protagonisti attivi.

Sappiamo anche che tra le persone che oggi lavorano, circa un 10% esercita una professione che registrerà una crescita sostanziale in merito a forza lavoro. Un 20% circa svolge una professione che molto probabilmente subirà una contrazione. Una stima che, considerando gli ultimi rivolgimenti, appare del tutto contenuta. Quindi, cosa ne è del restante 70% impiegato nelle altre attività lavorative che dovranno incorrere, molto probabilmente, in una ridefinizione delle loro mansioni?

In questo scenario sono le competenze a farla da giudice indiscusso su chi sarà capace di mantenere stabile il proprio know-how del passato, in un presente e futuro sempre più esigente. Artigiani e occupazioni storiche come quelle del barbiere di quartiere, del birraio, del creatore di tessuti o di oggettistica di varia natura, hanno sperimentato a partire degli ultimi anni una nuova rinascita. Il noto fenomeno del job redesign che guarderà in faccia anche i dipendenti del settore pubblico: istruzione in primis (come si vede già oggi in tempi di continui lockdown, per trasferire le lezioni in modalità digitale), sanità pubblica a seguire per quanto riguarda la diffusione e la gestione della domanda di servizi di telemedicina, seguita dal settore pubblico dove sempre più servizi statali sono disponibili in digitale. Basta pensare alla possibilità, prima non pensabile, di votare il futuro presidente degli Stati Uniti in digitale, comodamente dalla propria poltrona di casa. Ritengo poi che le attività vicine al design, per la creazione di contenuti multimediali e di progettazione ingegneristica sono potenziate, integrate, in quello che è lo scenario della rivoluzione digitale che stiamo vivendo.

Questa tendenza va di pari passo alla sempre più crescente importanza di trasmettere conoscenze e di coordinare a distanza, mantenendo efficienza e rilevanza. Beh, un compito non da poco che beneficia di personale con buona formazione tecnico-scientifica. Un bacino che racchiude le oramai scontate competenze e capacità organizzative, di progettazione tecnologica, prontezza di idee, valutazione tecnica e di rischio, analisi operativa e approccio scientifico nell’argomentazione.

Impegnati a capire come interpretare e destreggiarsi fra quelli che sono i macro trend del futuro, facendo i conti con l’incertezza che ne deriva, dovremo poi anche conquistare, sempre e di nuovo, il posto di attori (pro) attivi, dove indichiamo alle macchine come muoversi, cosa e come fare per semplificare le nostre routine sul posto di lavoro e quindi, di rimando, anche nella sfera del privato.

Ovviamente la politica ci deve continuare ad aiutare in questo programma, dedicando(ci) i giusti investimenti nelle competenze che rendono possibile, ancora una volta, di adattarci ai nuovi cambiamenti strutturali che si prevedono sul lungo termine. Un incarico che prevede informazioni attendibili e che non si deve lasciare scappare l’occasione di sviluppare nuove abilità digitali per imparare a conoscere la tecnologia che ci viene regalata, sperimentando una nuova gamma di piaceri nel gestirla e, chissà, magari anche nel cambiarla.

LH

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